Questa pagina raccoglie alcune domande che possono sorgere leggendo il Domande e risposte sulla Divina Volontà: natura dell’opera, fonti utilizzate, traduzioni, vita spirituale, vocabolario proprio degli scritti di Luisa Piccarreta e posto di questo lavoro nella Chiesa.
Le risposte qui proposte non sostituiscono gli sviluppi del libro. Aiutano soltanto a orientarsi più in fretta.
Il suo scopo è ordinare e rendere intelligibili i principali insegnamenti contenuti negli scritti di Luisa Piccarreta, e metterli poi in relazione con la fede cattolica.
L’opera non intende sostituire il Libro di Cielo. Cerca al contrario di ricondurvi costantemente il lettore. Per questo ogni domanda comprende generalmente una risposta breve, uno sviluppo, i testi di Luisa in italiano, un’articolazione cattolica e una formula sintetica da ricordare.
Le 214 domande non pretendono di racchiudere l’immensa materia degli scritti di Luisa. Questo libro si presenta come uno strumento di studio che permette di entrare meglio in quei testi e di continuare a leggerli direttamente.
Si rivolge anzitutto a chi già conosce, almeno un poco, gli insegnamenti sulla Divina Volontà e desidera acquisirne una comprensione più ordinata.
Un principiante può tuttavia servirsene. Due libretti autonomi sono disponibili per il download: la versione condensata delle 214 domande, seguita dall’insieme completo delle Formule da ricordare; e la guida pratica Vivere nella Divina Volontà, che prolunga la dottrina nel concreto ed è accompagnata da un florilegio di testi del Libro di Cielo.
L’opera completa è destinata piuttosto a chi vuole comprendere perché un’affermazione viene avanzata, ritrovare i testi di Luisa che la fondano e vedere come si articoli con la fede cattolica.
Perché una materia così vasta diventa più accessibile quando è scomposta in domande precise.
La forma permette inoltre di distinguere più livelli: una risposta breve per cogliere subito l’essenziale; uno sviluppo per entrare nel ragionamento; i testi fonte per verificare; poi l’articolazione cattolica per situare l’insegnamento ricevuto da Luisa nel quadro più ampio della fede.
Si è chiamata dapprima Catechismo Amen Fiat della Divina Volontà. La parola era impiegata in senso analogico e pedagogico: una materia vasta esposta metodicamente in forma di domande e risposte. Non ha mai significato che si trattasse di un catechismo ufficiale della Chiesa, né che questo libro parlasse in suo nome.
Ma un titolo non si legge sempre come lo si è voluto. Quello poteva far credere a un’autorità che questo lavoro non rivendica, ed è per scartare tale malinteso che è stato abbandonato. L’opera porta ormai il nome di ciò che è: Domande e risposte sulla Divina Volontà.
Nulla d’altro è cambiato. È un’opera privata. Non pretende di insegnare in nome della Chiesa, né di attribuire agli insegnamenti propri di Luisa lo statuto del deposito della fede. Riconosce espressamente che una rivelazione privata resta sottoposta al giudizio della Chiesa e che nulla aggiunge alla Rivelazione pubblica compiuta definitivamente in Cristo. Si descrive da sé come un lavoro provvisorio, «frutto di una lettura, non di un’autorità».
Possiede quella che possono avere gli argomenti e le fonti che presenta — nulla di più.
Il lettore non è mai invitato a credere una proposizione semplicemente perché «lo dice l’opera». Può tornare ai testi di Luisa, al loro testo italiano, alla Scrittura, al Catechismo della Chiesa cattolica e ai riferimenti magisteriali indicati.
L’opera si riconosce dunque fallibile e perfettibile. Questa riserva non indebolisce il suo desiderio di affermare chiaramente ciò che stima stabilito; distingue semplicemente il lavoro di un autore privato dal giudizio proprio della Chiesa.
Non vi appartengono in quanto rivelazione nuova.
Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che le rivelazioni private, anche autentiche, non hanno la funzione di completare la Rivelazione definitiva di Cristo, ma possono aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca della storia (CCC 67).
Per questo l’opera pone come regola di lettura: «Nulla di quanto segue pretende di aggiungere qualcosa al deposito della fede.» Gli insegnamenti di Luisa devono essere ricevuti all’interno della fede cristiana, mai come un’autorità parallela o superiore.
Perché questo accostamento permette di situare, di distinguere e di chiarire.
L’«articolazione cattolica» che accompagna la maggior parte delle domande non vuole far dire alla Chiesa che essa insegna già tutte le formulazioni proprie di Luisa. Cerca piuttosto di determinare le verità cattoliche entro le quali esse devono restare intelligibili: distinzione tra Dio e la creatura, primato della grazia, libertà umana, sacramenti, Croce, comunione ecclesiale, speranza cristiana.
La dottrina ricevuta dalla Chiesa funziona dunque come norma d’interpretazione, non come semplice ornamento aggiunto alle citazioni di Luisa.
L’opera lavora a partire da una trascrizione italiana degli scritti di Luisa. Ogni citazione importante è verificata volume per volume e data per data, e il testo italiano è riprodotto perché il lettore possa tornare da sé al testo utilizzato come riferimento di lavoro.
Occorre tuttavia distinguere una trascrizione da un’edizione tipica e critica stabilita sotto l’autorità ecclesiale. È precisamente una tale edizione che l’autorità competente ha chiesto di stabilire. Secondo il comunicato ufficiale del Postulatore del 10 agosto 2024, essa sarà l’unica edizione ufficialmente riconosciuta dall’Autorità ecclesiastica e dovrà divenire il riferimento per i gruppi della Divina Volontà.
Il metodo attuale dell’opera — verifica sull’italiano, indicazione sistematica del volume e della data, riproduzione del testo fonte — non sostituisce dunque un’edizione critica, e l’opera non lo pretende. Quando l’edizione tipica sarà disponibile, costituirà naturalmente il riferimento con cui questo lavoro dovrà confrontarsi.
Perché il lettore possa confrontare direttamente il commento dell’opera con il testo utilizzato come riferimento di lavoro.
Nelle edizioni in altre lingue l’italiano permette di controllare la traduzione: verificare una parola importante, una costruzione, un’immagine o la portata esatta di un’espressione particolarmente forte. Nell’edizione italiana esso consente di leggere le parole di Luisa nella loro lingua, senza alcuna mediazione.
Per questo l’opera indica normalmente anche il volume e la data del passo.
L’opera è stata redatta in francese. La sua prosa propria è dunque tradotta dal francese nelle altre lingue, compreso l’italiano.
Questo va distinto dalle parole di Luisa: esse sono riferite al testo italiano utilizzato come fonte di lavoro e non hanno subito alcuna traduzione. Il lettore italiano trova dunque le citazioni nella loro lingua originale.
Come ogni traduzione umana, il commento può ancora essere affinato là dove una scelta lessicale risulti ambigua o si trovi un equivalente migliore.
Certamente.
Alcune parole italiane possiedono una storia spirituale, una sfumatura affettiva o un uso antico che un equivalente moderno può rendere male. Altre espressioni prendono il loro senso da più passi e non da una voce isolata di dizionario.
Una traduzione seria deve dunque restare rivedibile. È anche una delle ragioni per cui, nelle edizioni in altre lingue, l’opera riporta il testo italiano accanto alla traduzione e indica riferimenti precisi: una traduzione è una mediazione; il testo fonte resta il punto di controllo.
Occorre evitare due eccessi: indebolirle in anticipo perché sorprendono, oppure isolarle dal loro contesto e prenderle nel loro senso più crudo.
L’Appendice E dell’opera è stata concepita proprio per i passi più difficili. Il suo metodo consiste nel guardare ciò che il testo dice realmente, ciò che non dice, e nel cercare poi la grammatica teologica cattolica che permette di interpretarlo correttamente.
Il linguaggio mistico usa volentieri espressioni assolute, nuziali, paradossali o analogiche. Esso richiede dunque una lettura attenta di serie di testi, e non una teologia costruita a partire da una frase isolata.
No. Le conoscenze sono importanti, ma la vita spirituale non attende che si sia divenuti specialisti.
L’opera distingue precisamente l’ingresso iniziale nel Fiat e lo stabilirsi progressivamente in questa vita. L’anima comincia col dare sinceramente la propria volontà a Dio e col chiamare la Divina Volontà nei propri atti. Cresce poi in conoscenza, in fedeltà e in spogliamento.
La lettura del Libro di Cielo accompagna questa crescita; non è un esame preliminare da superare prima di poter cominciare.
Da qualcosa di molto semplice: offrire la propria volontà a Dio e chiedergli che la sua Divina Volontà prenda il primo posto in ciò che si sta per pensare, dire e fare.
L’opera propone in particolare l’atto preventivo del mattino, con cui l’anima fissa la propria intenzione di vivere la giornata nel Divin Volere, e poi gli atti attuali, con cui rinnova questa attenzione nel corso delle proprie occupazioni.
È meglio cominciare con fedeltà nelle piccole cose che cercare subito di moltiplicare le pratiche.
L’accoglienza iniziale del Dono può essere molto semplice; il suo radicarsi stabilmente in questa vita è altra cosa.
L’opera insiste precisamente su questa distinzione. Dare sinceramente la propria volontà apre subito l’anima all’azione del Fiat; ma tra quell’ingresso e un possesso pienamente formato si estende un lungo cammino di fedeltà, di spogliamento e di morte alla volontà propria.
Non vi è dunque né elitismo spirituale che riservi l’ingresso a pochi perfetti, né scorciatoia che dispensi poi da ogni trasformazione interiore.
Un posto essenziale.
L’opera afferma che la santità delle virtù non è respinta da quella del Fiat: essa è concentrata, consumata e portata al suo compimento. Gesù condusse del resto la stessa Luisa attraverso l’obbedienza, la pazienza, la sofferenza e l’esercizio delle virtù prima di manifestarle più pienamente il vivere nel suo Volere.
La novità non consiste dunque nel vivere senza virtù, ma nel lasciare che la Divina Volontà purifichi fin nelle loro motivazioni più profonde ciò che lo sforzo umano può ancora mescolarvi di amor proprio o di ricerca di sé.
L’opera non ha impiegato queste tre espressioni classiche come ossatura esplicita del suo piano. Le realtà che esse designano vi sono tuttavia ben presenti.
La purificazione appare nella morte alla volontà propria, nello spogliamento, nelle virtù e nella purificazione delle intenzioni. L’illuminazione si manifesta soprattutto nelle conoscenze della Divina Volontà e nella scienza infusa, descritta come una luce interiore. L’unione attraversa i matrimoni mistici di Luisa, lo scambio dei cuori e tutta la dottrina della partecipazione alla Vita divina.
La terminologia tradizionale offre dunque una luce utile per situare il percorso descritto negli scritti di Luisa, senza che sia necessario far corrispondere artificialmente ogni sua espressione o ogni suo grado a una delle tre vie.
Non divengono mai superflui.
La giustificazione viene interamente dalla grazia di Cristo: è ricevuta nel Battesimo e, quando è perduta, restaurata mediante la Riconciliazione. L’Eucaristia nutre e accresce l’unione a Cristo.
L’opera presenta la grazia santificante e la vita sacramentale non come un piano inferiore che il Fiat farebbe scomparire, ma come la vita cristiana stessa entro la quale il Dono deve crescere. «Il Dono non vi si sostituisce mai, ma la suppone e la corona.»
Non sono tecniche necessarie per «far funzionare» la Divina Volontà.
I giri esprimono la risposta d’amore dell’anima alle opere di Dio: essa percorre la Creazione, la Redenzione e la Santificazione per riconoscere l’azione del Fiat, deporvi il suo «ti amo», ringraziare, adorare e chiedere il Regno.
Le Ventiquattro Ore della Passione approfondiscono dal canto loro l’unione all’opera redentrice di Gesù e la riparazione.
Il Rosario, la liturgia, l’adorazione e le altre forme autentiche di preghiera cristiana non sono poste in concorrenza con queste pratiche. Tutto può essere vissuto nella Divina Volontà.
Fiat significa letteralmente «sia fatto».
Negli scritti di Luisa la parola può designare la parola efficace del Volere divino — il Fiat creatore, redentore o santificatore — e, per estensione, quella Divina Volontà stessa considerata nella sua operazione.
Per questo l’opera impiega spesso «il Fiat» per designare sinteticamente il Dono e l’azione della Divina Volontà, senza farne una realtà separata da Dio.
La fusione non significa mai scomparsa della persona umana né confusione tra Dio e la creatura.
Designa il dono libero con cui l’anima cessa di fare della propria volontà il primo principio del suo agire e chiede alla Divina Volontà di regnare nei suoi atti.
L’opera insiste su questo punto: ciò che deve «morire» non è la facoltà umana di volere, e ancor meno la personalità, ma l’iniziativa propria quando si erige contro Dio. La volontà umana resta reale e libera.
Il Libro di Cielo non presenta la Divina Volontà come una successione di azioni paragonabili alle nostre.
Il suo atto è unico, immenso ed eterno: Creazione, Redenzione e Santificazione non sono in Dio tre operazioni frammentate, come appaiono successivamente nella nostra storia.
Quando l’anima entra nel Fiat, è introdotta per partecipazione in quell’atto che la supera infinitamente. Ciò non la rende eterna o divina per natura; significa che Dio può far partecipare il suo atto creato a un’operazione la cui sorgente resta in Lui.
Il linguaggio appartiene agli scritti stessi di Luisa. Esprime l’azione del Fiat ricevuta in un atto umano.
L’atto resta realmente quello di una creatura libera; non diviene un atto dell’essenza divina in senso proprio. Ma la Divina Volontà può comunicargli il suo modo operativo e i suoi effetti secondo la partecipazione che Luisa descrive.
La distinzione fondamentale resta dunque: Dio agisce realmente; la creatura agisce realmente; essa non diviene mai Dio per natura.
È in questo quadro che vanno compresi i passi in cui Gesù parla di atti umani confermati da Dio come atti divini.
È uno dei linguaggi più arditi del Libro di Cielo, e non bisogna indebolirlo.
Gesù stesso accosta l’atto compiuto nella Divina Volontà alla consacrazione eucaristica. Dice a Luisa che consacra l’anima qual ostia privilegiata, ripetendo su di lei le parole della Consacrazione (vol. 12, 20 giugno 1918). Altrove va oltre: la materia dell’ostia subisce la transustanziazione della vita Divina, e così succede all’anima (vol. 23, 2 ottobre 1927).
Di qui viene il linguaggio della moltiplicazione, che va ricevuto così come è dato:
« Figlia mia, come l’anima emette i suoi atti nel mio Volere, così moltiplica la mia Vita, sicché se fa dieci atti nella mia Volontà, per dieci volte mi moltiplica; se ne fa venti, cento, mille e più ancora, tante volte di più resto moltiplicato. Succede come nella consacrazione sacramentale, quante ostie mettono, tante volte di più resto moltiplicato, la differenza che c’è, è che nella consacrazione sacramentale ho bisogno delle ostie per moltiplicarmi e del sacerdote che mi consacri. Nella mia Volontà per restare moltiplicato, ho bisogno degli atti della creatura. »
Libro di Cielo, vol. 14, 24 marzo 1922
L’atto non resta nemmeno sulla terra. Sale, e il Cielo se ne impossessa: la creatura è mostrata dinanzi a tutta la Corte celeste (vol. 33, 19 novembre 1933), e il suo atto fa sorgere un sole che porta adorazione, ringraziamento e gloria a tutti gli abitanti della patria divina (vol. 35, 14 dicembre 1937).
Resta la sola cosa che questo linguaggio non dice: l’essenza divina non è moltiplicata, e nessuna pluralità di dèi è prodotta. L’analogia eucaristica dà qui la propria misura. Cristo è realmente presente e realmente moltiplicato nelle ostie consacrate, senza che la sua unità né la sua semplicità ne siano toccate. Così avviene degli atti compiuti nella Divina Volontà: ciò che Gesù vi descrive è reale, e questa realtà lascia Dio uno, semplice e indivisibile.
Non si tratta di una divisione di Dio.
Nel vocabolario di Luisa, la Divina Volontà può regnare in Dio e, senza cessare di essere l’unica Volontà divina, regnare anche nell’anima e ivi pregare, amare e agire «con i suoi modi divini». È ciò che i testi chiamano la sua bilocazione.
L’espressione cerca dunque di tenere insieme due verità: Dio non si divide mai; eppure la sua presenza e la sua operazione nella creatura sono reali.
In questo passo del volume 19, Gesù paragona quattro persone che intrattengono rapporti diversi con la luce del sole: l’una appena esposta ad essa, un’altra di più, una terza che ne riceve ampiamente gli effetti, e l’ultima che vive come immersa nella sua luce.
« L’immagine di queste persone sono i quattro gradi di vivere nella mia Volontà. […] Quindi ci sarà differenza di gradi nel Regno della mia Volontà a seconda che le creature vorranno prendere dei suoi beni, ma i primi gradi saranno spinte e vie per giungere all’ultimo. »
Libro di Cielo, vol. 19, 26 luglio 1926
Il testo stesso indica dunque una differenza di gradi secondo ciò che ciascuno vorrà ricevere, e presenta i primi gradi come spinte e vie verso l’ultimo.
I quattro gradi designano perciò le grandi posizioni figurate da questo preciso paragone; non costituiscono un inventario di tutte le misure possibili di grazia, di conoscenza o di santità.
Non ha termine.
L’opera dedica un’intera domanda all’atto sempre crescente. Nel volume 29 del 2 luglio 1931, Gesù spiega che Dio non pose nell’uomo alcun atto determinato né alcun termine, ma un atto chiamato a crescere continuamente.
Altri passi parlano di nuovi gradi di grazia, di amore, di santità, di Vita divina e di gloria. Le conoscenze stesse allargano la capacità dell’anima: nuovi «cieli», nuovi «soli», nuovi «mari».
Occorre dunque tenere insieme due cose: un’anima può essere realmente stabilita nel Fiat, e la sua partecipazione al Bene infinito di Dio può tuttavia continuare a crescere sempre.
Occorre distinguere più livelli senza opporli.
La grazia santificante ricevuta nel Battesimo è già una vera partecipazione alla Vita divina. Le grazie attuali sono i soccorsi con cui Dio agisce e chiama nelle circostanze concrete.
Quando Luisa parla della Divina Volontà che comunica la sua Vita all’anima, l’opera mantiene una salvaguardia essenziale: partecipazione, e non essenza. La Divina Volontà resta increata; la creatura riceve per grazia una partecipazione alla Vita di Dio pur restando interamente creatura.
Nel passo del 23 marzo 1931, Luisa descrive un triplice atto di cui il terzo momento è l’amore di compiacimento: l’anima si compiace del bene ricevuto, se ne rallegra e riconosce con amore ciò che Dio compie, restituendogli con un amore più grande ciò che da Lui aveva avuto principio.
Il senso è quello classico del compiacersi in un bene, quello che la teologia designa come amor complacentiae. Nulla vi è di autocompiacimento o di soddisfazione di sé.
In italiano il termine conserva più direttamente il suo senso spirituale classico. Nelle traduzioni esso pone invece difficoltà reali: l’inglese complacency, in particolare, evoca oggi assai più spontaneamente la soddisfazione di sé. È una delle ragioni per cui, nelle edizioni in altre lingue, l’opera conserva il testo italiano accanto alla traduzione.
Perché i suoi scritti vogliono manifestare una novità propria del modo di operare attribuito al Fiat nella creatura.
Questa novità non deve però mai essere intesa come disprezzo dei santi, delle virtù o di tutta la tradizione spirituale anteriore. L’opera afferma espressamente che la santità delle virtù non è respinta: essa è ripresa, concentrata e portata al suo compimento.
Occorre dunque evitare due riduzioni opposte: indebolire le espressioni di Luisa fino a togliere loro ogni novità propria; oppure interpretarle come se ogni santità anteriore fosse divenuta inferiore, vana o superata.
La novità che questi testi rivendicano deve restare all’interno dell’unica santità cristiana e della chiamata universale alla perfezione della carità.
Nel 2019 erano state segnalate nei suoi scritti ambiguità teologiche, cristologiche e antropologiche. Il comunicato ufficiale del Postulatore, Mons. Paolo Rizzi, precisa che tali ambiguità «non erano in sé stesse errori dottrinali», ma richiedevano un approfondimento.
Dopo le risposte della Postulazione, accompagnata da un teologo esperto in mistica, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha concluso che non si rilevavano, negli scritti e nel pensiero di Luisa, affermazioni «manifestamente contrarie alla dottrina della Chiesa», e ha rilasciato nel giugno 2024 il nihil obstat per la ripresa della Causa. Esso è stato formalmente notificato dal Dicastero per le Cause dei Santi l’8 luglio 2024.
Le informazioni ufficiali più recenti indicano che la Causa prosegue il suo cammino e che il lavoro sull’edizione tipica è in corso.
Significa che l’esame dottrinale degli scritti è compiuto, e che è favorevole.
Non è una formula d’attesa. Il Dicastero per la Dottrina della Fede — l’organo competente della Chiesa in questa materia, e nessun altro — ha esaminato gli scritti di Luisa e ha concluso che non vi si rilevano affermazioni manifestamente contrarie alla dottrina della Chiesa. Le ambiguità segnalate nel 2019 erano già state qualificate, nel comunicato ufficiale, come non essendo in sé stesse errori dottrinali; le chiarificazioni richieste sono state fornite e accolte. L’ostacolo è rimosso.
Occorre misurare che cosa questo significhi per il seguito. In una causa di beatificazione, l’esame dottrinale degli scritti costituisce una tappa distinta. Essa è superata. Ciò che resta davanti a noi — il riconoscimento delle virtù eroiche, poi il miracolo — non verte più sulla dottrina contenuta in questi scritti. Da questo lato, la Chiesa ha detto ciò che aveva da dire.
Occorre anche saper leggere ciò che la Chiesa non dice. Essa non dichiara l’origine soprannaturale di queste comunicazioni — ma questo silenzio non è una riserva rivolta a Luisa. Dopo le Norme del 2024, la Chiesa non si pronuncia di regola sul carattere soprannaturale di alcun fenomeno, nemmeno quando concede la sua valutazione più favorevole. Non è una prudenza nei confronti di Luisa: è ormai il suo modo ordinario di procedere.
L’edizione tipica e critica richiesta in seguito va nella stessa direzione. Le sue note devono chiarire le espressioni suscettibili di interpretazioni erronee: mirano alle letture difettose che hanno circolato, non al testo. Non si circonda così di cure uno scritto di cui si diffidasse.
Ciò che resta vero, e che quest’opera ricorda per proprio conto: nessuno di questi atti garantisce l’una o l’altra interpretazione particolare degli scritti, compresa la sua.
Perché deve stabilire il testo ecclesialmente riconosciuto degli scritti.
Il comunicato del Postulatore precisa che il proseguimento della Causa deve necessariamente essere accompagnato da questa edizione, realizzata dall’attore della Causa sotto la vigilanza dell’arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie. Essa dovrà comportare un’introduzione e note destinate in particolare a chiarire le espressioni suscettibili di interpretazioni erronee. Sarà l’edizione ufficialmente riconosciuta e il riferimento per i gruppi della Divina Volontà.
L’opera riconosce questa situazione: il suo lavoro attuale poggia su una trascrizione italiana e resta chiamato a confrontarsi con quella futura edizione quando sarà disponibile.
Un posto proprio e importante.
Il Libro di Cielo parla esplicitamente della formazione di sacerdoti chiamati a conoscere e a trasmettere le verità del Regno. L’opera dedica del resto una domanda specifica a questa missione e un’intera parte alla Chiesa, ai sacramenti e all’obbedienza.
La spiritualità della Divina Volontà non è dunque chiamata a svilupparsi al di fuori della vita ecclesiale o indipendentemente dai pastori. Il comunicato del 2024 chiede esso stesso che la sua diffusione si inserisca armoniosamente nella vita delle Chiese locali.
Con semplicità.
Un’edizione critica può precisare una trascrizione, restituire un contesto, correggere una punteggiatura o aiutare a comprendere diversamente un’espressione. L’autorità ecclesiale può anche chiedere che un’interpretazione sia riformulata o abbandonata.
Una tale evoluzione non dovrebbe essere vissuta come una minaccia. Se lo scopo è realmente ricevere ciò che Dio vuole donare attraverso questi scritti, allora comprenderli meglio è un bene.
L’opera ha voluto presentarsi come provvisoria precisamente in questo senso: cerca di dire con forza ciò che stima di poter stabilire oggi, riconoscendo insieme che dovrà confrontarsi lealmente con le determinazioni future della Chiesa.
Perché il riconoscimento dei propri limiti appartiene al suo statuto.
«Fallibile» non significa che tutto in esso sia dubbio o intercambiabile. Significa semplicemente che nessuna assistenza divina particolare garantisce ciascuna delle formulazioni dell’autore.
«Perfettibile» significa che traduzioni migliori, nuovi accostamenti fra testi o future indicazioni ecclesiali possono permettere di esprimere più esattamente una verità già percepita.
L’opera cerca dunque una posizione semplice: non indebolire nulla per timore di ciò che dicono i testi, senza mai rivendicare un’autorità che non possiede.
Una domanda sull’opera, sulle fonti utilizzate o su un insegnamento degli scritti di Luisa non è trattata qui? Potete inviarcela qui sotto.
Le domande che possano risultare utili ad altri lettori potranno essere integrate progressivamente in questa pagina.